Soldati senza armi
A qualche spettatore dello sport è venuto in mente che, in fondo, gli atleti sono soldati senza fucile?
È una provocazione, naturalmente. Ma forse non è poi così lontana dalla realtà.
Guardiamo le Olimpiadi; guardiamo un campionato mondiale, europeo, una competizione internazionale qualsiasi.
Gli atleti entrano in campo, su una pista, in una piscina, su una pedana o su una parete; indossano una divisa, spesso con i colori della propria nazione.
Portano sulla maglia una bandiera. In alcuni paesi, come l’italia, lo sport professionistico è finanziato dall’Esercito, dalla Polizia, dalla guardia di Finanza, dai Carabinieri e adesso anche dai Vigili del Fuoco.
Vengono presentati come rappresentanti di un Paese.
E poi competono.
Alcuni vincono …..E quando arriva la vittoria, qualcosa cambia.
L'atleta non è più semplicemente una persona che ha dedicato anni della propria vita ad allenarsi. Diventa un simbolo; diventa l'orgoglio di una nazione.
Viene celebrato, intervistato, si trasforma in eroe, in un Dio; ricevuto dalle istituzioni, fotografato accanto a ministri e capi di Stato. La sua medaglia diventa patrimonio collettivo.
Ma mi chiedo: perché?
Perché una persona che vince una gara dovrebbe improvvisamente acquisire un valore sociale superiore rispetto alla persona che quella stessa gara l'ha persa?
Perché celebriamo il primo e dimentichiamo quasi completamente tutti gli altri?
Ci piace ripetere che nello sport l'importante è partecipare.
Lo diciamo ai bambini, lo scriviamo sui manifesti, lo ripetiamo nelle cerimonie.
Lo sport dovrebbe insegnare il rispetto dell'avversario, la collaborazione, l'inclusione, la disciplina, la capacità di accettare di non essere riuscito ad essere primo.
Poi, però, appena qualcuno vince, alziamo la nostra bandiera.
E chi non arriva sul podio, qual’è il suo valore?
Questa è una delle tante contraddizioni dello sport contemporaneo.
La bandiera
C'è qualcosa di curioso nel modo in cui utilizziamo le bandiere nello sport.
Prima della competizione diciamo che siamo tutti uguali; che lo sport unisce; che non esistono differenze; che gli atleti sono persone che condividono la stessa passione.
Poi comincia la gara e improvvisamente diventano “nostri”; noi e "loro".
Se vince il “nostro” atleta, abbiamo vinto.
È una strana forma di appropriazione collettiva.
L'atleta si è allenato per anni, ha fatto scelte personali, ha affrontato paure e fatica, infortuni; eppure, nel momento della vittoria, quella conquista viene immediatamente trasformata in una vittoria nazionale.
La medaglia diventa della nazione.
L'atleta diventa un simbolo.
La bandiera viene alzata.
E per qualche minuto tutti sembrano avere un motivo per sentirsi migliori.
Ma migliori rispetto a chi?
Il paradosso dell'inclusione
C'è poi un'altra contraddizione che trovo difficile ignorare.
Parliamo continuamente di inclusione, di multiculturalità, di abbattimento delle frontiere e nello sport assistiamo sempre più spesso ad atleti che per vari motivi cambiano nazionalità, vengono naturalizzati o scelgono di rappresentare un Paese diverso da quello nel quale sono nati; o nascono da genitori che provengono da diversi paesi.
Lo stesso può accadere con gli allenatori, i tecnici, i preparatori.
Una persona può nascere in un Paese, formarsi in un altro, allenare una squadra di una terza nazione e preparare un atleta che gareggerà per una quarta.
Nazioni carenti in una specialità, ingaggiano allenatori e preparatori dall’estero per una trasmissione di conoscenze.
E allora quale nazione sta davvero vincendo?
Quella dove l'atleta è nato?
Quella dove si è allenato?
Quella che lo ha naturalizzato?
Quella che lo ha finanziato?
Quella del suo allenatore?
La domanda può sembrare provocatoria, ma contiene un elemento importante: la nazionalità nello sport è diventata qualcosa di molto più complesso di quanto la bandiera lasci intendere.
E questo dovrebbe farci riflettere.
Perché se la nazionalità può essere modificata, acquisita, trasferita e talvolta anche utilizzata come strumento per costruire una squadra più competitiva, forse dovremmo smettere di considerare la vittoria sportiva come una dimostrazione della superiorità di una nazione….e poi, non siamo un’unica specie? E la conoscenza, non dovrebbe essere un patrimonio mondiale da trasmettere in modo che tutti ne possano usufruire?
È semplicemente la vittoria di una persona, o di una squadra, che in quel momento ha ottenuto un risultato migliore.
L'atleta come prodotto
Ma forse il problema più grande non è nemmeno la competizione.
È ciò che abbiamo costruito intorno alla competizione.
Lo sport è diventato un enorme sistema economico, di potere, di immagine e di propaganda.
Ci sono sponsor, diritti televisivi, pubblicità, merchandising, social network, contratti, federazioni, agenti, società, eventi, audience.
E dentro questo sistema c'è l'atleta.
Una persona che, spesso fin da giovanissima, ha scoperto di avere una particolare capacità o è stato influenzato da ciò che ha visto o dalla storia della propria famiglia ad esempio, se un componente ha avuto una storia sportiva; e ha deciso di trasformarla nel centro della propria vita.
È una scelta che merita rispetto.
L'atleta rappresenta forse una delle forme più estreme di dedizione umana: anni di allenamento per migliorare una frazione di secondo, qualche centimetro, un gesto tecnico, una prestazione.
Ma proprio questa dedizione può diventare anche il punto attraverso il quale il sistema riesce a strumentalizzarlo.
La sua ambizione diventa carburante.
La sua voglia di emergere diventa valore economico.
Il suo desiderio di vincere diventa spettacolo.
La sua immagine diventa un prodotto.
E più vince, più vale.
Non necessariamente come persona.
Come atleta.
Questa distinzione è fondamentale.
Quando la persona scompare
Mi chiedo allora quanto conosciamo veramente gli atleti che celebriamo.
Conosciamo il loro tempo.
Conosciamo il loro record.
Conosciamo il numero delle medaglie.
Conosciamo il loro ranking.
Conosciamo il loro contratto.
Ma conosciamo la persona?
Sappiamo cosa pensa della vita?
Sappiamo cosa desidera quando non compete?
Sappiamo quali siano le sue paure?
Sappiamo se è felice?
Sappiamo se avrebbe scelto quella vita anche senza la prospettiva del successo?
Sappiamo se il suo impegno nello sport ha contribuito a migliorarlo anche da punto di vista umano?
Sappiamo se la sua dedizione a migliorare una prestazione di un centesimo, lo abbia assorbito a tal punto, da fargli dimenticare che l’umano è anche altro e la vita è ben più ricca?
Probabilmente no.
Eppure lo trasformiamo in un modello.
Lo prendiamo come esempio per i nostri figli.
Lo mettiamo su un piedistallo.
Gli attribuiamo quasi una dimensione superiore.
Il vincitore diventa un Dio temporaneo.
Fino alla prossima gara.
Perché nel mondo dello sport la gloria dura spesso quanto il risultato successivo.
E gli altri?
E poi ci sono tutti gli altri.
Quelli arrivati secondi.
Quelli arrivati quarti.
Quelli che hanno perso una finale.
Quelli che non sono saliti sul podio.
Quelli che hanno partecipato alle Olimpiadi una sola volta e non hanno vinto nulla.
Quelli che hanno dedicato dieci, quindici o vent'anni della loro vita allo sport senza diventare campioni.
Che fine fanno?
La retorica dice che sono comunque vincitori perché hanno partecipato.
La realtà racconta qualcosa di diverso.
La memoria collettiva tende a ricordare il primo.
Al massimo il secondo.
Il terzo viene spesso dimenticato se a sua volta non diventerà primo.
Dal quarto in poi, quasi sempre, non esiste più nessuno.
E allora forse dovremmo avere il coraggio di ammettere che non è vero che nello sport l'importante è partecipare.
Partecipare è importante.
Ma la società dello spettacolo sportivo ci ha insegnato che ciò che conta davvero è vincere.
E forse questa è una delle ragioni per cui tanti giovani imparano molto presto che il proprio valore dipende dal risultato e non dal partecipare e dall’impegno che si mette in un progetto.
Soldati senza armi
Ecco perché continuo a pensare alla provocazione iniziale.
Gli atleti sono soldati senza fucile?
In parte sì.
Non combattono contro un'altra nazione per conquistare un territorio, non hanno un’arma, non c'è un nemico da distruggere.
Ma vengono messi nelle condizioni di rappresentare un'identità collettiva e di confrontarsi con altre identità collettive.
Portano una divisa.
Rappresentano una bandiera.
Competono.
Vincere significa, simbolicamente, essere migliori.
E la vittoria viene celebrata dalla comunità come una conquista propria.
La differenza fondamentale è che, nello sport, il combattimento è stato sempre spettacolo.
Ed è forse proprio questo che lo rende così potente.
Ci basta vedere la nostra bandiera salire più in alto delle altre.
Forse lo sport dovrebbe trasformarsi e diventare una storia di persone senza bandiera
Non penso che la soluzione sia eliminare la competizione.
La competizione può essere straordinariamente educativa.
Può insegnare disciplina, sacrificio, autocontrollo, rispetto, gestione della paura, capacità di fallire e di ricominciare.
Il problema nasce quando il risultato diventa l'unica misura del valore.
Quando il vincitore diventa un eroe e il perdente diventa nessuno.
Quando la persona scompare dietro il personaggio.
Quando la bandiera diventa più importante dell'essere umano che la porta.
Quando l'atleta non è più una persona che pratica uno sport, ma diventa un prodotto da vendere, un'immagine da utilizzare, una medaglia da trasformare in orgoglio nazionale.
Forse dovremmo cominciare a guardare lo sport in maniera diversa.
Non soltanto guardando chi ha vinto.
Ma chiedendoci chi c'è dietro quella vittoria; in realtà; chi c’è dietro quella prestazione e la prestazione di ognuno che ha partecipato; la sua storia.
Perché dietro ogni atleta c'è la storia di una persona e di chi gli sta intorno.
Una persona che ha avuto un sogno, ha fatto delle scelte e ha paura molte più volte di quanto noi possiamo immaginare.
E forse il vero messaggio dello sport non dovrebbe essere: "Abbiamo vinto."
Dovrebbe essere:"Abbiamo visto una persona impegnarsi e mettersi alla prova fino al limite delle proprie possibilità."
Questo vale per chi arriva primo; ma dovrebbe valere anche per chi arriva ultimo.
Perché se davvero crediamo che lo sport sia uno strumento di pace, inclusione e crescita umana, allora dovremmo avere il coraggio di smettere, di guardare la bandiera, anzi, le bandiere andrebbero eliminate perchè separano…..E concentrarci a guardare la persona e l’importanza delle persone che gli sono state e chi gli stanno intorno.
M. Bassoli


