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Sono consapevole di essere controcorrente, lo sono sempre stato, come sono sempre stato una voce fuori dal coro.
Oltre ad altro, negli scorsi 40 anni mi sono occupato di sport; vorrei esprimere il pensiero che ho maturato.
Come dirigente di una società sportiva e come allenatore ho sempre pensato che lo sport attraverso le competizioni e le sue regole, fosse un ottimo strumento per crescere e formarsi, per questo ho sempre operato prima di tutto come educatore attraverso lo sport.
Avere avuto l’opportunità di conoscere tanti ragazzi con continuità fin dall’infanzia è stato un grande privilegio, anche se far rispettare regole e pretendere disciplina, coerenza e costanza è stato spesso impegnativo e gravoso.
Mi sono occupato di arrampicata sportiva che uno sport quasi individuale, dico quasi perché spesso si ha bisogno di un compagno per esercitarlo; c’è chi ti tiene la corda di sicurezza e chi ti para la caduta sui materassi, ma nel suo esercizio, l’atleta è solo nel superamento delle difficoltà; ciò nonostante credo che la squadra, i compagni di squadra, di allenamento e di avventura siano fondamentali in tutte le discipline sportive.
Quindi ritengo che l’obiettivo di un allenatore debba essere quello di creare un ambiente fortemente legato agli aspetti umani e collaborativi.
Le regole, la disciplina, un patto interno chiaro da condividersi al momento dell’ingresso nella squadra è fondamentale e Il rispetto di quel patto, attraverso la fermezza dell’allenatore e di tutto lo staff a cominciare dalla dirigenza è indispensabile; è il principale strumento per ottenere un risultato di crescita individuale e l’aumento del senso di responsabilità.
Saper tradurre ed far riconoscere i miglioramenti a ciascun atleta è molto importante.
Molto più facile è operare concentrandosi sul risultato di classifica, ma è forviante rispetto la crescita personale individuale; essa è solo uno degli strumenti e far passare che sei il migliore perchè sali sul podio è sbagliato.
Che importa se nello sport vinci ma nella vita non sei e non sai fare altro?
I valori che un essere umano è in grado e dovrebbe esprimere sono molteplici e non necessariamente si riscontrano su un podio, anzi spesso lì, non c’è la parte migliore.
Ritengo sia un grave difetto, sempre dell’essere umano e nella fattispecie del popolo, osannare un’atleta come fosse un Dio, solo perchè momentaneamente risulta il “più forte “in quella disciplina sportiva; una manifestazione di apprezzamento e una stretta di mano per il risultato specifico dovrebbe essere sufficiente.
Molti atleti che salgono sul podio, diventano schiavi del risultato e sperperano la loro intera esistenza concentrandosi su di un unico obiettivo.
In questi casi, e sono molti, trovo che lo sport sia molto dannoso perchè limita l’esplorazione per la crescita personale.
M. Bassoli
Leggi tutto: Sport per consapevoli o per vincenti?
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Arrampicata Sportiva: Un Viaggio Verso la Conoscenza Interiore
L'arrampicata sportiva non è solo un'attività fisica intensa o una sfida contro la gravità; è un'esperienza profonda che può diventare un potente strumento per la conoscenza interiore.
Ogni salita, ogni appiglio e ogni momento sospeso nel vuoto offrono l'opportunità di esplorare non solo l'ambiente circostante, ma anche le pieghe più nascoste della propria mente.
Il Confronto con i Propri Limiti
Uno degli aspetti più significativi dell'arrampicata è il confronto diretto con i propri limiti.
La paura del vuoto, l'incertezza di un appiglio precario o la fatica fisica estrema mettono l'individuo di fronte a emozioni autentiche e spesso difficili da gestire.
Superare questi ostacoli richiede non solo forza fisica, ma anche una profonda capacità di autocontrollo e gestione delle emozioni.
Questo processo favorisce una maggiore consapevolezza di sé e delle proprie risorse interiori.
La Presenza nel Momento
L'arrampicata richiede una concentrazione assoluta.
Ogni movimento deve essere calcolato, ogni decisione presa con lucidità.
Questa necessità di essere completamente presenti nel "qui e ora" aiuta a sviluppare una forma di meditazione attiva.
Il flusso di pensieri quotidiani si dissolve, lasciando spazio a una mente focalizzata e serena.
In questo stato di flow, l'arrampicatore sperimenta una connessione profonda con se stesso, percependo ogni sensazione fisica ed emotiva in modo più nitido.
La Fiducia in Sé e negli Altri
L'arrampicata è spesso un'attività di squadra, dove la fiducia reciproca è fondamentale che si tratti di un compagno di cordata o di un istruttore, sapere di poter contare su qualcuno rafforza il senso di sicurezza e il legame umano, allo stesso tempo, l'autonomia nella scalata rafforza la fiducia in sé stessi.
Ogni traguardo raggiunto, ogni via completata diventa una testimonianza tangibile delle proprie capacità, alimentando l'autostima e la resilienza.
La Metafora della Vita
Ogni parete da scalare può essere vista come una metafora della vita.
Le difficoltà incontrate lungo il percorso, le cadute e le riprese rappresentano le sfide quotidiane che ognuno affronta.
L'arrampicata insegna che non è importante solo la vetta, ma anche il percorso per raggiungerla, fatto di piccoli passi, errori e successi.
Questo approccio aiuta a sviluppare una mentalità orientata alla crescita personale, dove ogni esperienza, positiva o negativa, contribuisce alla costruzione del proprio io.
L'arrampicata sportiva è molto più di un semplice sport, è un viaggio interiore, un modo per conoscersi meglio, superare le proprie paure e scoprire la forza nascosta dentro di noi che si tratti di una parete artificiale o di una scogliera naturale, ogni salita è un'opportunità per esplorare non solo nuovi orizzonti esterni, ma anche quelli più profondi della propria anima.
M. Bassoli
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L’idolatria moderna: quando l’opinione pubblica trasforma uomini comuni in divinità
Nel corso della storia, l’essere umano ha sempre avuto bisogno di figure di riferimento, di eroi, di miti.
Se in passato queste figure erano guerrieri, filosofi o condottieri, oggi il mondo moderno ha sostituito gli idoli di un tempo con cantanti, musicisti, attori e sportivi.
Non si tratta più solo di apprezzare il talento di una persona, ma di una vera e propria venerazione che spesso sfocia in un fanatismo incontrollato.
La società contemporanea ha trasformato artisti e atleti in divinità moderne, ponendoli su un piedistallo inaccessibile.
Il culto della celebrità è ormai un fenomeno globale, alimentato dai media e dai social network, che amplificano la percezione di questi individui come esseri superiori.
Non è raro vedere fan accamparsi giorni interi davanti a stadi o arene per un concerto, urlare in preda a crisi di pianto alla vista del proprio idolo o spendere cifre esorbitanti per un biglietto o un gadget.
Questa devozione cieca porta spesso a gesti estremi: lettere colme d’amore e ossessione, tatuaggi con i volti delle star, persino atti di autolesionismo o sacrifici personali per un attimo di attenzione da parte del proprio idolo.
Alcuni fan si spingono a difendere le loro star in modo irrazionale, giustificando qualsiasi loro comportamento, anche quando eticamente discutibile.
In questo scenario, una riflessione diventa inevitabile: queste celebrità, in fondo, non fanno altro che coltivare le proprie passioni e applicare le proprie capacità, come qualsiasi altro essere umano dovrebbe fare nella propria vita.
Eppure, grazie al fenomeno dell’idolatria, diventano miliardari, accumulano ricchezze inimmaginabili e godono di privilegi che la maggior parte delle persone comuni non potrà mai nemmeno sognare.
Il paradosso è evidente: mentre un medico salva vite ogni giorno, un insegnante forma le nuove generazioni e un operaio lavora duramente per costruire infrastrutture, la società premia chi riesce a intrattenere il pubblico con cifre astronomiche.
Certamente, il talento e l’impegno sono elementi fondamentali per il successo, ma è la risposta sproporzionata dell’opinione pubblica a generare questa enorme disparità economica e sociale.
Oltre all’idolatria popolare, vi è anche un altro aspetto da considerare: la strumentalizzazione da parte delle istituzioni.
Quando uno sportivo, che semplicemente si diverte a praticare ciò che ama, vince un titolo importante, viene immediatamente ricevuto dalle maggiori cariche politiche come un essere superiore.
Questi incontri, spesso corredati da foto e cerimonie ufficiali, servono a rafforzare il prestigio di chi governa, sfruttando la popolarità dell’atleta per generare consenso.
In questo modo, lo sportivo diventa inconsapevolmente un simbolo nazionale, un’icona che il potere politico utilizza per trasmettere un senso di unità e orgoglio collettivo.
Il messaggio che ne deriva è chiaro: la vittoria di un singolo individuo diventa una vittoria di tutta la nazione, e il suo successo viene messo al servizio della narrazione politica.
Il punto non è sminuire l’arte, lo sport o l’intrattenimento, che da sempre hanno un ruolo fondamentale nella società.
Tuttavia, bisognerebbe interrogarsi sulla deriva di questa idolatria che porta a una svalutazione di professioni essenziali e a una sovrastima di persone che, seppur talentuose, restano esseri umani come tutti gli altri.
Forse, la chiave sta nel riportare l’ammirazione entro i confini della razionalità, evitando che il fanatismo prenda il sopravvento e che il valore di un individuo venga determinato unicamente dalla sua visibilità.
Solo così potremo ristabilire un equilibrio e riconoscere il merito di chiunque contribuisca, in modo concreto e silenzioso, al progresso della società.
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Riflessione: Capitalismo delle Sponsorizzazioni e Militarizzazione
Negli ultimi decenni, il panorama dello sport professionistico ha subito una trasformazione radicale, in gran parte alimentata dal capitalismo delle sponsorizzazioni.
Questa evoluzione ha portato a un sistema in cui le performance atletiche non sono più soltanto il risultato di abilità e dedizione, ma anche di enormi investimenti finanziari e pressioni commerciali. La crescente influenza delle aziende e degli sponsor ha creato un ambiente in cui il profitto sembra avere la precedenza sullo sport stesso, generando preoccupazioni etiche e sociali.
Le sponsorizzazioni sportive sono diventate una fonte di reddito fondamentale per le organizzazioni sportive, dalle piccole squadre locali agli eventi internazionali. Le aziende investono enormi somme di denaro per associare il loro marchio a atleti e squadre di successo, sperando di trarne vantaggio in termini di visibilità e reputazione.
Tuttavia, questo modello di business ha portato a una commercializzazione eccessiva dello sport, dove le decisioni vengono spesso guidate da logiche di mercato piuttosto che da principi sportivi.
In questo contesto, gli atleti si trovano a dover navigare un campo minato di aspettative e pressioni.
La ricerca del successo non è solo una questione di talento, ma richiede anche una costante capacità di attrarre sponsor e mantenere relazioni commerciali.
Questo porta a una situazione in cui gli atleti sono spinti a conformarsi a determinati standard e valori imposti dalle aziende, sacrificando talvolta la loro integrità personale e sportiva.
Un aspetto inquietante di questa evoluzione è la crescente interazione tra sport e forze militari o di polizia. In molti paesi, è diventato comune vedere atleti professionisti affiliati a gruppi sportivi militari o delle forze dell'ordine.
Questa tendenza non solo riflette una militarizzazione dello sport, ma solleva anche interrogativi sulla natura della competizione e sul messaggio che viene trasmesso al pubblico.
L'ingresso in questi gruppi è spesso giustificato come un modo per garantire supporto finanziario e infrastrutturale agli atleti, ma si traduce anche in una normalizzazione della cultura militare nel contesto sportivo.
Gli atleti che scelgono di entrare a far parte di queste organizzazioni possono sentirsi costretti a compromettere le loro convinzioni personali e a sostenere valori che non condividono.
Il dissenso nei confronti di questo sistema è necessario.
È fondamentale chiedersi quali siano le conseguenze a lungo termine di un modello sportivo in cui il profitto ha la precedenza sulla passione e sull'integrità. Gli atleti devono avere la libertà di competere senza dover conformarsi a ideologie commerciali o militariste.
Per ripristinare l'autenticità dello sport, è essenziale promuovere una cultura in cui il talento, la dedizione e il fair play siano i valori fondamentali, piuttosto che il denaro e la militarizzazione. Solo così potremo garantire che lo sport rimanga un'espressione genuina della capacità umana, piuttosto che un mero strumento di profitto e propaganda.
Il dissenso contro il capitalismo delle sponsorizzazioni e la militarizzazione dello sport è un passo cruciale per preservare l'integrità e l'autenticità delle competizioni sportive.
La strada verso un futuro migliore richiede coraggio e determinazione, ma è un obiettivo che vale la pena perseguire.
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Una riflessione sul concetto di agonismo nello sport.
Chi mi conosce sa che ho 40 anni di esperienza nel mondo dell’insegnamento dello sport, avendo inventato e gestito una delle prime palestre dedicate completamente all’arrampicata sportiva ed essendo stato uno dei fondatori dell’attività agonistica nazionale giovanile; ancora oggi, affronto spesso confronti con dirigenti e allenatori e genitori sul tema agonismo giovanile si o no.
Sostengo che l’agonismo nello sport, sia di squadra che individuale, rappresenta un elemento fondamentale per la crescita personale e collettiva.
Esso non è solo una spinta alla competizione, ma diventa un'opportunità per conoscere se stessi, affinare le proprie attitudini e misurarsi con i propri limiti.
La sfida, il confronto e la ricerca del miglioramento continuo sono aspetti che trascendono l’ambito sportivo e si riflettono in ogni dimensione della vita.
Nel contesto sportivo, l'agonismo insegna la disciplina che occorre adottare in ogni libera scelta e la capacità di gestire i propri desideri in funzione della scelta di obiettivi in quell’ambito; la gestione emozionale che occorre per analizzare i risultati dell’impegno profuso nelle vittorie e nelle “sconfitte”.
In una disciplina individuale, l'atleta affronta un percorso di autodisciplina, impara a confrontarsi con le proprie paure e a sviluppare una mentalità resiliente e nel contesto agonistico ha la possibilità, attraverso il confronto, di capire e realizzare ove si trova nel proprio percorso di crescita.
Nello sport di squadra, nell’agonismo c’è l'importanza della collaborazione, della strategia e del rispetto dei ruoli,
Sia negli sport individuali che in quelli di squadra sono presenti elementi essenziali presenti anche nella società.
Anche al di fuori dello sport, il confronto è un passaggio obbligato per la crescita personale.
Ogni gioco, ogni competizione, ogni situazione di sfida permette di scoprire le proprie reali possibilità e capacità.
Senza l’agonismo, non ci sarebbe la spinta al miglioramento, né la consapevolezza di ciò che si può o non si può fare in quell’ambito e se quell’ambito è adatto a noi e soprattutto se è un ambito desiderabile e nel quale desideriamo ed accettiamo di permanere.
Accettare la sfida significa accettare se stessi, individuare i propri punti di forza e le aree su cui lavorare.
Una delle lezioni più importanti che l'agonismo insegna è l'elaborazione della “sconfitta”.
Perdere fa parte del gioco, ma è proprio dall'errore e dalla delusione che nasce la vera crescita.
Imparare a rialzarsi dopo una caduta, a rivedere le proprie strategie, a non abbattersi di fronte alle difficoltà è ciò che distingue un atteggiamento utile per costruire una esistenza volta al miglioramento di se stessi e della società.
In definitiva, l’agonismo non è solo un aspetto dello sport, ma un vero e proprio atteggiamento mentale, una filosofia di vita che aiuta a costruire individui più consapevoli, determinati e capaci di affrontare le sfide con coraggio e maturità.
Se lasciamo un gruppo di ragazzi a giocare in autonomia in un parco o in un cortile, qualunque sia il gioco che decidano di attuare, la prima cosa che faranno sarà stabilire le regole con le quali giocare, dopodiché giocheranno confrontandosi e cercando di vincere sia come individui che come squadra (gruppo); ci potranno essere discussioni sul rispetto delle regole e sul loro miglioramento.
Anche in un gioco da tavolo o al computer esiste l’agonismo e il confronto e anche chi dice di voler praticare uno sport senza fare agonismo, tacitamente è in competizione con se stesso e gli altri.
Il prima possibile occorre accettare questa realtà e il compito dell’allenatore/formatore è aiutare a comprenderne i valori; essere un tramite per aiutare a riconoscere le vittorie e la crescita di ciascun individuo che non sono sicuramente l’esclusivo raggiungimento di un podio attraverso l’esasperazione della prestazione.
Lo sport è un gioco e come tale, lo si sceglie per divertirsi, ma non ci si diverte se non ci sono regole e amici con i quali confrontarsi e giocare.
Spesso si da troppa importanza allo sport come affermazione di un individuo; chi vince viene idolatrato, sfruttato e usato; spesso i primi a farlo sono i genitori e poi tutti gli altri (società, federazioni, stato, aziende); lo squilibrio sta in questo atteggiamento e non nell’agonismo.
Leggi tutto: Agonismo, si o no


